Pedagogia del rischio e andragogia: uno sguardo nel mondo della formazione in materia di sicurezza
Pedagogia è una parola che ricorre spesso tra le pareti della scuola, le sue teorie si intrecciano con quelle psicologiche per la progettazione di percorsi educativo-didattici rivolti agli studenti, essenzialmente nell’ambito delle discipline di studio. Pedagogia, psicologia e scienze dell’educazione orientano i processi di formazione che coinvolgono i nostri bambini e ragazzi, e permettono di riconoscere i nessi tra il loro sviluppo globale e la formazione accademica. La cultura della sicurezza è uno degli insegnamenti/apprendimenti trasversali che caratterizza la formazione degli studenti. Essa richiede un’assimilazione consapevole e responsabile per il perseguimento del bene individuale e collettivo attraverso un sistema che riesca a creare un senso comune generale. Il punto di vista da cui partire è il fanciullo, lo studente, che sarà futuro adulto lavoratore, quotidianamente esposto a situazioni ambientali diversificate, e non sempre pienamente “a norma”. Il modo di considerare la sicurezza diventa essenziale: da elenco di norme e procedure da seguire e rispettare obbligatoriamente a valore morale ed etico da curare e far crescere affinchè diventi parte del soggetto e del suo comportamento. La prospettiva è quella di un individuo che diventa attore, soggetto attivo che interagisce con l’ambiente in cui vive. Da qui emerge la locuzione “pedagogia del rischio”, una nuova frontiera, un nuovo modo di pensare la sicurezza che merita un approfondimento. Il presupposto da cui partire è la considerazione che il rischio fa parte della vita ed è una delle opportunità che l’individuo ha per crescere e diventare capace di conoscere i propri limiti e le proprie risorse. Si tratta di mettere in atto un processo di sviluppo della persona attraverso la capacità di pensiero critico e costruttivo sulla base di consapevolezze fondate sulla conoscenza e sulle esperienze di vita. In tale contesto è fondamentale la valorizzazione della persona e l’ascolto attivo delle sue emozioni che se sollecitate sono la leva della dimensione cognitiva, suscitando interesse e curiosità, maggiori competenze comunicative, flessibilità, adattamento. Un processo in cui il bambino e il ragazzo hanno necessità di essere accompagnati, guidati passo passo per arrivare ad una autonomia che permetta loro di portare da soli le esperienze personali nell’apprendimento, di dare significato alla vita reale e di assumersi la responsabilità delle azioni. I percorsi devono pertanto essere caratterizzati da:
– una comunicazione aperta, non giudicante, attraverso la quale anche ai più piccoli possano porre liberamente domande, commentare, esporre pensieri;
– un modello, non solo scolastico, ma sociale, che comprenda una pluralità di contesti e che sia da imitare, poiché attento, responsabile, fedele alle regole nelle diverse situazioni quotidiane, in modo da sottolineare l’importanza dei comportamenti sicuri in tutti gli ambienti di vita;
– l’esposizione a situazioni di rischio controllato, in cui si possano osservare i particolari e riflettere sui nessi di causa-effetto;
– la possibilità di esprimere il proprio pensiero critico, base della valutazione del rischio, per riflettere sulle azioni e trovare, in caso di svantaggio, soluzioni alternative;
– l’incoraggiamento all’indipendenza attraverso situazioni di sfida in cui sia necessario prendere decisioni, accogliere eventuali errori come momenti per ulteriori riflessioni e ragionamenti, e sviluppare progressivamente fiducia nelle proprie possibilità e capacità;
– istruzioni sulle azioni sicure.
Emerge che la funzione della pedagogia del rischio non è quella di rendere tutto facile, di semplificare il processo riducendo o addirittura appianando sfide e rischi, ma di rendere autentico il percorso da compiere.
Nei confronti degli adulti, già inseriti in contesti lavorativi, la pedagogia, e in particolare la pedagogia del rischio quale base dei processi formativi in materia di salute e sicurezza, dall’inizio degli anni ’80 del Novecento ha lasciato il testimone all’andragogia, intesa dal suo fondatore Malcom Knowles come disciplina che tiene conto della necessità di aiutare i discenti ad assumersi la piena responsabilità del loro apprendimento. Vengono evidenziate le modalità di apprendimento degli adulti e l’insegnante può assumere esclusivamente il ruolo di facilitatore che predispone un ambiente favorevole sia a livello relazionale che ambientale, aiuta a identificare le esigenze formative personali, coinvolge nella formulazione di obiettivi di apprendimento e dei criteri per la valutazione dei progressi, aiuta nell’organizzazione dello studio individuale e di gruppo, mette nella condizione di analizzare le esperienze e di integrarle con nuovi concetti. I principi su cui si basa l’andragogia per la creazione di percorsi formativi efficaci possono essere sintetizzati in:
- Il bisogno di sapere, consapevolezza e selettività. Gli adulti devono sentire il bisogno di apprendere. Devono essere messi nella condizione di poter valutare i vantaggi dell’apprendimento e le conseguenze negative di un mancato apprendimento. Devono sentire che ciò che stanno per imparare sarà utile a breve e a lungo termine. Sono utili i questionari di autovalutazione somministrati prima dell’inizio della formazione per fare in modo che ciascuno si renda conto del gap tra la propria preparazione e ciò che serve per possedere maggiori competenze.
- Il concetto di sé del discente e l’autonomia. Gli adulti devono sentire di essere rispettati dall’insegnante, di essere considerati indipendenti e autonomi, e di poter agire attivamente nell’approfondimento dei concetti previsti dalla formazione. E’ necessario mettere a disposizione più materiali sullo stesso argomento per favorire una scelta autonoma e soddisfare tale bisogno.
- L’importanza delle esperienze vissute e la funzionalità. Gli adulti possiedono abiti mentali, abitudini, pregiudizi che devono essere oggetto di analisi condivisa per poter essere in parte superati da nuove idee. Gli apprendimenti devono integrarsi con l’esperienza precedente attraverso metodologie attive come il problem solving, lo studio di casi, le attività laboratoriali. Le proposte formative devono tradursi sempre in situazioni concrete e azioni eseguibili già nella mente dei discenti affinchè essi percepiscano la fattibilità degli obiettivi e ricerchino strategie e strumenti adeguati al loro raggiungimento. La prospettiva è l’applicazione immediata di quanto appreso.
- La motivazione. Gli adulti devono essere motivati alla crescita continua. Una motivazione intrinseca che favorisce la rielaborazione delle proposte formative e la memorizzazione. E’ utile chiedere di esplicitare le aspettative legate al percorso di formazione e orientare in modo coerente le attività da proporre.
L’obiettivo della pedagogia del rischio e dell’andragogia è garantire possibilità di crescita nelle diverse fasi che l’uomo attraversa, considerando che i luoghi privati, di studio e di lavoro sono parte integrante di un unico sistema che comprende l’intera vita. Sono fondamentali una serie di accortezze per rendere l’ambiente dell’apprendimento funzionale e accogliente, dove vi sia coerenza tra normativa e prassi, valorizzazione delle potenzialità e delle competenze di ogni singolo, analisi dei bisogni e delle caratteristiche personali, collaborazione, comunicazione positiva, supporto, apertura al nuovo e all’innovazione, prevenzione di situazioni di disagio. Diventano percorsi efficaci quelli in cui sono inserite situazioni che coinvolgono i soggetti a trecentosessanta gradi, che promuovono situazioni di relazione non solo tra persone, anche con l’ambiente. Tutto ciò è finalizzato allo sviluppo di forme di autonomia indispensabili per fronteggiare l’imprevedibilità che permea l’esperienza e per garantire a tutti una migliore qualità della vita.